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SUD

Sono sempre lì……… Nei viali del Lungomare di Salerno, quando è bel tempo e il mare si stende calmo nella luce della controra; o più di rado quando piove, sotto i portici de Palazzo di Città. Anche se l’aria greve del pomeriggio, con l’ agonia lunga chilometri delle palme malate, e le barche silenziose già lontane, compongono un paesaggio di solitudine e rimpianto. E intanto la gente va e viene freneticamente: alzano serrande, chiudono porte, gesticolano, imprecano, fanno rumore. Nessuno che si fermi un attimo a guardarli, nei loro cappotti vetusti, nelle giacche a vento griffate, dismesse da qualche nipote a caccia di nuove mode. Eppure nei loro capelli bianchi, invisibili, sono sempre li. Sulle panchine, o presso un’aiuola, accovacciati su un cartone di sigarette sottratto al macero, o appollaiati in equilibrio precario sulle cassette della frutta. Mai sulla comoda poltrona di un caffè, e neppure al tavolo di un giardino. Solo luoghi di frontiera, luoghi non giurisdizionali per loro : i giocatori di carte, gli ultimi custodi. Nessuno li vede, ma sono inconfondibili: irati, magnanimi, sempre intenti , silenziosi, le carte bisunte incollate alle mani per l’ultima infinita puntata. La gente va e viene, ha altro da fare, ma Caterina, l’amica milanese venuta a incontrare per la prima volta il sud, lei subito li nota. Marco, suo marito, è rimasto indietro, con il naso all’insù ad ammirare le facciate liberty degli antichi palazzi signorili. Che meraviglia quegli abbaini custoditi dai gabbiani; il rifugio ideale per un traduttore di poeti francesi. Ma Caterina vede solo i giocatori di carte, non si staccherebbe più dalla visione. Ha incontrato nei loro volti scavati la sua nostalgia, e si è riconosciuta. Sono uomini anziani, tra loro anche qualche donna; hanno tutti la pelle grinzosa, un reticolato fitto di rughe gli disegna sulla faccia una storia di antichi marinai. Anche il respiro, pesante e ritmato, ricorda il mare. Anche gli occhi sono marini, come in una poesia di Alfonso Gatto. Il sud è dove non lo cerchi, dico intanto a Caterina, è un luogo di memoria che ti accoglie e allo stesso tempo ti caccia via, talmente essenziale che si nasconde, sfugge, ti costringe a ritrovarlo altrove. Un giorno a Venezia, stanco di calli e campielli sovraffollati, per sfuggire ai flashes dei turisti giapponesi, pronti a immortalare anche la mia povera faccia tra i fossili e i reperti di un Occidente ormai consunto, presi il vaporetto e scesi alla Giudecca. Pochi passi dal molo, e alla svolta di un muretto, intorno a una vera da pozzo, mi ritrovai al sud. Le case dei pescatori, basse e con gli intonaci scrostati dal salnitro; un piccolo trattore abbandonato in un millimetro di prato, muto di rancore; l’odore sempiterno di minestra incollato agli usci; e gatti gatti dappertutto, alcuni aristocratici e riottosi nella siesta; altri randagi e queruli, alla ricerca affannosa di cibo e riparo. E alla fine li vidi: con le stesse rughe, gli stessi abiti, i gesti austeri e magniloquenti, attaccati al gioco come alla vita fino all’ultima goccia di sangue: loro, i giocatori, i custodi, avamposti di un altrove, un po’ Messico, un o’ Magna Grecia. Come vedere improvvisamente un croco fiorire violento nella neve, prima del tempo, dopo una lotta invisibile tra la terra e il fiore perché le foglie rompano la dura crosta del suolo e il più inaudito azzurro si allunghi nel vuoto d’aria a chiamare un residuo di luce. E nella comprensione del miracolo, la tenerezza. Questo dicevo a Caterina, sempre più intenta alla maestria affascinante con cui i giocatori, dimentichi di tutto, scagliano per sempre la carta come un’ingiuria, nel gesto della mano nodosa, nei movimenti che furono dei loro padri. Ciascuno di loro, senza sapere, porta un mondo: quello degli antichi vicoli che li hanno visti nascere in case dai soffitti spaziosi; i vicoli che hanno sentito il passo affannato dei secoli tra mura impassibili. Il mare si sente anche da lontano, osserva Marco che nel frattempo ci ha raggiunti, tra questi vicoli dove non si vede più. Ma il gruppo ormai si sfalda, lentamente si divide; comincia a far buio, la partita è finita. Solo i più incalliti si attardano ancora, l’inverno è ormai alle porte, e i più se ne tornano al coperto, prima che l’umido della sera scenda rapidamente sulle loro spalle afflitte dai reumatismi. Li accompagnamo anche noi, mentre risalgono come reduci alle antiche dimore: da Porta di mare, da Santa Lucia, fino alle Galesse, alle Fornelle. C’è chi si spinge oltre le Botteghelle, su fino a Fusandola, percorrendo il decumano di via Tasso o, svoltando per Largo Montone, e uscendo su via De Renzi, la strada panoramica dove Salerno e il suo golfo si raccolgono nella visione intatta di una grazia originaria, al pari di una conchiglia sulla mano di un bambino. Seguiamo in silenzio quei passi lenti, cadenzati, attenti a lasciare una distanza rispettosa tra noi e loro. Ascoltiamo i discorsi, in un idioma che ci pare limpido e remoto come quello dei fondatori della città. Ce n’è uno, di spalle, che mi ricorda la corporatura del vecchio Valentino. Che grande figura umana, Valentino, con i muscoli ancora compatti, la congestione dei gesti duri, la voce stentorea, da condottiero. Era facile individuarlo tra tanta gente anonima e incolore, alto e nobile nell’armatura protettiva del suo grigio maglione di lana, e il berretto consunto di marinaio calcato sul cranio, la più superba delle corone regali. Era veramente un re, Valentino, della Salerno antica, l’ultima divinità omerica furente e faziosa, sempre unita al suo popolo. Chiunque abbia accostato la sua compagnia, vedendolo innalzarsi, novello Farinata, nelle battaglie quotidiane all’ultima carta, ne conserva un ricordo devoto. Come me, che appresi della sua morte la sera in cui, correndo in redazione per consegnare in ritardo un articolo, vidi il suo manifesto funebre accanto al chiosco dell’acquaiolo di Santa Lucia. Anche Caterina ha conosciuto un Valentino nel suo paese natale in Valtellina; me ne racconta, e non mi sorprende che anche lui fosse alto e forte, e con gli occhi azzurri da marinaio, anche in quelle terre dove il mare da millenni non c’è più ( ma non resta in fondo nelle ondulazioni dei burrati montuosi, scavata nel paesaggio, un’eco di una memoria protostorica, quando tutta la terra era ricoperta da una infinita distesa equorea?). I vecchi giocatori sono scomparsi dietro i portoni delle case, nel tiepido della buona notte, ma noi continuiamo a evocarli, a parlare con loro, mentre Marco, che ha tirato fuori dalla tasca le Poesie di Gatto, legge sottovoce, come una musica o uno stendardo di preghiera teso nell’aria, i versi iniziali di Vento sulla Giudecca: “ I venti i venti spogliano le navi/ e discendono al freddo/ e sono morti. // Chi li spiegherà nel rigoglio/ delle accese partenze/ ove squilla più forte più forte il mare/ e l’antenna sventola il mattino?……..”

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